La formazione senza futuro
In tutte le scuole di ogni ordine e grado, come in tutte le attività di formazione, occorre considerare con maggiore attenzione e coerenza la dimensione temporale sia nella progettazione educativa e nei metodi didattici sia, soprattutto, nell’approccio formativo.
Come sarà il futuro, come prepararci per affrontarlo? Come utilizzare il “qui e ora” per prepararsi al “là allora”?
La questione è di enorme rilevanza per l’utilità e la pertinenza dei processi formativi, ma non attiene quasi mai al potere del destinatario utente della formazione. Attiene anzitutto alla committenza, cioè a coloro che hanno potere e responsabilità di influenza e di indirizzo, di espressione più o meno esplicita della domanda di formazione ed all’offerta cioè la galassia di istituzioni, enti formativi, consulenti, formatori con tutti gli interessi, ruoli e competenze che essi esprimono.
La prima è la domanda formativa che si esprime attraverso il potere della società civile, con le sue differenti espressioni, della dialettica politica, delle associazioni, della cultura delle famiglie… soprattutto ed in modo diverso, ovviamente, per la scuola di infanzia e per la scuola dell’obbligo, per le scuole superiori con i loro diversi indirizzi, per l’università con i tanti (forse troppi) corsi di laurea brevi, magistrali, master e dottorati…
La seconda è la risposta alla domanda, cioè l’offerta formativa come istituzione pubblica, privata, professionale, laica, tecnica, umanistica, confessionale, esistenziale, primaria, secondaria, superiore, universitaria, programmata e stabile, ad hoc e di routine, statale, regionale, provinciale, civica, comunitaria, settoriale, associazionistica, aziendale, gli enti e le strutture formative… nonché del mondo infinito degli addetti ai lavori, fornitori di azioni formative, programmi, corsi pensati, progettati, imposti, proposti, ma quasi mai negoziati con i fruitori.
Prevale nell’offerta formativa una logica magistrocentrica, autoritativa, forse inevitabile, ma comunque riduttiva delle motivazioni soggettive necessarie ad apprendere. Si apprende meno, molto meno, ma si impara ciò che è voluto “dagli altri”, ciò che altri hanno deciso che serve a noi per stare nel mondo che c’è, nell’esistente. Il fruitore, l’allievo, l’utente della formazione compare poi, nella delivery del servizio, ma con poco potere d’indirizzo, di scelta e di verifica. I meccanismi di partecipazione nella scuola, quando ci sono e quando funzionano, non riescono a modificare questa situazione, restano prigionieri della “gita di fine anno ” e della “refezione ”.
E’ pur vero che per i giovani ed i giovanissimi l’imparare ciò che sta già nel “patrimonio” di saperi e conoscenze esistente è pur sempre un grande aiuto al loro sviluppo e dunque al loro futuro, purché lasci alla soggettività di ciascuno la possibilità di muoversi nelle direzioni più significative della propria individualità, di dare un senso, un significato personale, di imparare a “modo proprio”, di costruire un pensiero critico.
Resta però il fatto che soprattutto la formazione scolastica è poco personalizzata e non utilizza sufficientemente il mondo interiore dell’allievo come fonte di apprendimento. E’ troppo calata dall’alto e finalizzata dal mondo esterno e per il mondo esterno, salvo alcune esperienze esemplari tanto meritevoli quanto rare.
Si potrebbe osservare che soprattutto per la formazione rivolta agli adulti, per la formazione permanente, il prodotto formativo potrebbe essere l’effetto di una più attenta analisi della domanda sociale, culturale e professionale che si alimenta, si metabolizza e si innova in modo ricorsivo e continuo: dalla Società verso la Formazione e dalla Formazione verso la Società nel suo divenire. L’individuo che apprende, che impara, che sperimenta, che inventa… può essere, in modi diversi, il soggetto protagonista non solo per interpretare il mondo esistente con cui interagisce, ma soprattutto per aprirsi all’inesistente, a ciò che non c’è ancora, al futuro da progettare e costruire. Non solo per apprendere ciò che viene da fuori, ma per ascoltare ciò che viene da dentro.
Non è però così.
Il servizio formativo in tante sue espressioni non è alimentato e rinnovato neppure da quello che per altri “prodotti” e servizi sarebbe l’analisi della domanda, l’interpretazione del mercato, delle necessità e delle aspirazioni del mondo in cui viviamo, sempre più proiettato verso il futuro, del mondo di coloro che vedono nella loro formazione la possibilità di crescita e di un migliore benessere futuro.
La formazione raramente ci aiuta ad uscire dagli schemi, a condividere possibili futuri.
La scuola di oggi è capace di ripetere, insegnare l’esistente, le tradizioni, talvolta parla del futuro, ma come dominio, da controllare. Non forma al nuovo e soprattutto a costruire il nuovo, il futuro soggettivo e creativo.
La scuola, come è oggi da noi, è più adatta alla socializzazione e all’educazione dei giovani e dei giovanissimi, dalla iniziazione alla maturità, meno alla formazione degli adulti e alla costruzione di nuovi saperi e capacità. Molto meno a costruire futuri, società, innovazione di cui oggi però c’è enorme bisogno.
L’istruzione spesso è una “patente di circolazione” che vale per una rete stradale data, che addestra, insegna, ma non anticipa, non abitua ad apprendere, ad imparare ad imparare, a inventare.
La formazione per il futuro
La formazione crea futuri. Non uno uguale per tutti, non un futuro di regime, ma tanti, tantissimi possibili futuri che possono ascoltarsi, confrontarsi, scoprirsi, poi realizzarsi. La “formazione” agisce in un contesto, ma è anche produttrice di contesto, non è a sé stante. La “scuola libera”, come la formazione libera, non dovrebbero essere dipendenti dalla società che c’è o da parti di essa, ma tendere a costruire futuro agendo sempre per e con l’individuo, per e con la sua libertà. Infatti la scuola, nel senso più ampio e globale, non “fabbrica” società o futuri direttamente, non obbliga e non comanda. La scuola libera, costruisce le condizioni personali perché l’individuo partecipi a costruire comunità, società, istituzioni. Non ci dovrebbe essere, infatti, un’istituzione che dipende dalla società, ma c’è una società perché c’è libera scuola, libera cultura, libera arte: libere persone capaci di crescere oltre ciò che c’è già in loro. Persone ricche di spiritualità e coscienza.
Il modello formativo prevalente, come si è accennato, nel suo insieme ha poca propensione a rapportarsi al cambiamento, ad interrogarsi su ciò che non c’è ancora, ad inventare, scoprire, andare oltre… Non aiuta l’ex-patrio verso il nuovo, verso il rischio, il buio, la solitudine, la disappartenenza, la disidentità, l’inusuale, il territorio straniero.
Le difese, i timori e le resistenze soggettive rispetto al cambiamento sono naturali e fanno parte della trasformazione, sono la questione che la formazione dell’adulto deve prioritariamente affrontare.
La situazione formativa per l’adulto è l’occasione per ripensare alla propria esistenza, affrontare il cambiamento necessario per rinnovare l’armonia fra sé e il proprio mondo affettivo, fra sé e l’ambiente, fra sé e il lavoro, fra sé e l’organizzazione sociale… Questioni che la complessità moltiplica mettendo tutti di fronte al pericolo dell’obsolescenza, ma anche alla gioia del proprio sviluppo, del proprio saper andare “oltre” ciò che si è e si ha già per continuare a costruire futuri. La formazione aiuta questo processo, favorisce l’ex-patrio dal mondo passato dell’esperienza, delle metodologie, dei ricordi utilizzando la propria narrazione per andare oltre.
La formazione per l’adulto aiuta il passaggio di frontiera, ma non obbliga alcun percorso, questo è responsabilità del soggetto preso singolarmente.
La formazione necessita del gruppo, non si impara da soli. Ciascuno può apprendere “per se stesso ” per affrontare la sua vita, il suo mondo e il suo futuro ma il pensare richiede un altro pensiero..
La formazione e il gruppo di formazione aiutano l’ex-patrio, ma non dovrebbero programmare alcun “destino ”.
Si sta così bene nel proprio ordine, nella propria storia, nelle proprie appartenenze ed identità, persino nei propri abituali antagonismi… Perché uscirne? Perché affrontare il cambiamento?
Non c’è dubbio che ci siano già risposte forti a questo interrogativo. Se affrontare il cambiamento significa proseguire il proprio sviluppo, ciò è iscritto in noi, nella nostra natura umana. Lo sviluppo ha una base biologica e psicologica per l’uomo ed il futuro sta proprio nella dimensione dello sviluppo.
Tuttavia, la società occidentale in nome del principio di prestazione per un ordine predeterminato, da tempo ha estraniato l’individuo dal pensare al proprio futuro. Il futuro è compito dei ceti dominanti, dei potenti, delle “cricche”. Nell’ideologia capitalistica il futuro è crescita della ricchezza, è sviluppo economico anche quando esso non è compatibile con l’ambiente e con l’ecosistema, con lo sviluppo umano, anche quando la crescita materiale soffoca quella intellettuale, la crescita dei consumi quella delle relazioni (Giovanni Siri, “La psiche del consumo”, F. Angeli, 2009). Per continuare a perseguire il “ben avere ” dei pochi si fanno guerre, si ignora il benessere dei tanti, si dimenticano interi paesi e continenti. La condanna a crescere, a competere, a vedere taluni indicatori sempre in aumento, costituisce oggi una frenesia, quella che David Gutmann chiama “frene-vie”, una alienazione, una coazione a ripetere, un mondo illusorio.
E’ questa idea di futuro e di sviluppo che va superata per cercare un’altra strada come suggerisce Stefano Bartolini nel suo “Manifesto per la felicità” ; passare dal ben avere, al benessere, al bellessere.
Bisogna che l’individuo si riappropri del futuro e ne faccia il suo futuro, il suo senso.
E’ importante, come ricorda Elena Pulcini , porre al centro di questa riflessione il tema del futuro e delle nuove generazioni. Emblematica in tal senso la frase pronunciata da uno studente durante una lezione: “il futuro non è più quello di una volta”. Sembra che “il futuro abbia cambiato segno: dal segno più della speranza al segno meno della minaccia” della paura.
Al pari dell’atteggiamento del buon imprenditore che guarda all’ambiente ed al futuro anche nella prospettiva del proprio prodotto e del proprio sviluppo di impresa (marketing), c’è l’esigenza di guardare al proprio futuro, come opportunità e responsabilità individuale-collettiva (societing) , con la libertà e lucidità che ha testimoniato Giampaolo Fabris.
Un futuro come un “oltre” che ci riguarda, che si può inventare, visto poi che l’esistente così com’è sembra oggi avere poca prospettiva ed essere scarico di energie, visto che siamo in una trasformazione epocale, in cui sarebbe più velleitario e triste, pensare che nulla vada cambiato, piuttosto che osare e rischiare l’utopia di una propria visione strategica: l’uomo visionario di cui ha parlato J.P. Sartre.
Una formazione come “libretto di istruzione”, “insegnamento”, presuppone una macchina che funziona e, soprattutto, che funzionerà poi…
La formazione per il futuro è quella che si rivolge alla coscienza dell’uomo (sapiens-sapiens), è abituarsi ad ascoltare il silenzio, è introspezione, è interazione intersoggettiva, è accettazione del dubbio, è saper vivere nell’incertezza, è conversazione... Non possiamo riconoscere l’esigenza di radicali cambiamenti e pretendere che le risposte siano già sistemate in un “power point”.
Vi è dunque l’esigenza di pensare al futuro come cambiamento, a tratti anche radicale, dell’esistente, del nostro agire, della nostra cultura e soprattutto del nostro stesso modo di guardare al futuro. Anni fa si guardava al futuro con un sentimento di potere, con progettualità. Oggi si guarda al futuro con meno speranza, con un senso di alienazione ed espropriazione e al presente, pur inadeguato che sia, come un rifugio, come sicurezza e protezione.
Non vi è dubbio che la formazione e la scuola debbano agire per adeguare e inserire l’individuo nell’ambito della società esistente, delle conoscenze e dei contesti esistenti ed in cui egli possa vivere il “qui e ora”. E’ però doveroso chiedersi se questa formazione sia sufficiente per lo sviluppo della nostra soggettività e socialità nel constesto della complessità.
Se, come si interroga anche G.P. Quaglino nel suo recente lavoro “La scuola della vita. Manifesto della Terza Formazione”, non ci sia bisogno di quella formazione che attinge da sé, che costruisce la nostra soggettività e il nostro futuro, non come estensione e possesso dell’esistente materiale, consumistico, inesorabilmente bellicoso, ma come qualcosa che allarga la nostra mente, oltre il nostro abituale esistente, in quanto siamo già embrione di verità, siamo relazione, come spiega Vito Mancuso in un bel seminario tenuto a Merate nella primavera 2011.
La mia risposta è “certamente sì” come continua a confermare la nostra esperienza di formazione psico-sociale, il grande lavoro sviluppato in Italia soprattutto da Enzo Spaltro e dai suoi allievi, da Cesare Kaneklin, Giorgio Sangiorgi, Gianni Marocci, Massimo Bruscaglioni, Giampaolo Lai , da noi stessi di ISMO di Milano, insieme alle scuole del Tavistock di Londra, dell’ARIPS e del FIIS di Parigi.
La formazione relazionale, psico-sociale, come educazione di sé, condizione utile per relazionarsi con gli altri in modo positivo, ma anche premessa per un buon utilizzo di sé nell’apprendimento. Conoscersi è conoscere, scoprirsi è scoprire.
C’è un nuovo orizzonte per la formazione e soprattutto per la formazione dell’adulto, che attiene alla conoscenza di sé, alla sua esistenza, alla sua spiritualità. A ciò che non si impara da fuori, ma da dentro di sé e che è tuttavia premessa per la trans-formazione.
Apprendere di sé, con sé e per sé significa collegare il mondo interiore con il mondo esterno, gli oggetti con i soggetti, ciascuno con gli altri, soggetto a soggetto, mente a mente, corpo a corpo. Apprendere la realtà di cui siamo parte perché ciascuno è realtà.
Apprendere è lavorare (elaborare) sulla propria mancanza in un susseguirsi di ex-patri, di paure e di coraggio, di passaggi identitari, di pieni e di vuoti, di eros e di thanatos, di depressioni ed euforie.
La formazione esistenziale è legata al nostro essere in un viaggio che non finisce mai, che dura tutta la nostra vita. Al nostro sentirci mancanti, ma non per questo sconfitti, non vuoti ne, perduti. Anzi, desideranti e desiderati.
Proprio perché mancanti, siamo bisognosi degli altri e necessari agli altri in quella ricerca di relazione e di comunione che è iscritta in ciascuno di noi, perché ogni uomo è relazione.
Desideranti proprio perché elaboriamo e agiamo la nostra mancanza come energia volta al nostro sviluppo.
Erranti perché ci muoviamo nel mondo, perché siamo movimento a volte con successo, a volte sconfitti.
Non c’è futuro per chi non si pone nella prospettiva della mancanza e del desiderio che è il fondamento della libertà di progetto, di cittadinanza e democrazia. Come ci ricorda Enzo Spaltro, è l’essere mancanti che ci consente di desiderare, di volere altro e di andare oltre.
Dunque l’uomo come essere mancante, desiderante, errante che agisce su stimoli che sono in sé (causa sui) e non solo fuori di sé, dove il desiderio sta alla base di quella tensione ad “altro” che è vita, è eros, è desiderio dell’altro e desiderio del desiderio dell’altro (J. Lacan).
Formazione è dunque anzitutto conoscenza del proprio mondo interiore, della propria mancanza e dei propri desideri. Dottori di se stessi, leader di sé e perciò costruttori di leadership.
La formazione che costruisce la società. C’è una società perché c’è una Scuola e una Formazione.
La formazione è/può essere il luogo di incontro fra l’esistente ed il nuovo nella dimensione collettiva e individuale. Non c’è futuro senza Scuola e non c’è Scuola senza futuro.
La formazione è tale per l’adulto perché crea spazio, a volte fa il vuoto, non riempie, non ingombra, non comanda, non chiude, anzi apre.
Nella formazione c’è tutto: passato e futuro, istituito e istituente, individualità e solidarietà, dubbi e certezze, … c’è il gruppo e il singolo, c’è dipendenza e identificazione, interdipendenza e partecipazione, c’è identità e trasformazione, stabilità e cambiamento (Marino Livolsi, “La società degli individui”, Carocci, 2006).
Un punto che però potrebbe essere una costante è che l’azione formativa, si rivolge all’individuo, al suo sviluppo personale ed interpersonale.
La coesione sociale si basa non tanto sul comune passato, sulla somiglianza (sameness), sulla storia o sulla narrazione condivisa. Piuttosto sul futuro, sulla speranza, sul progetto, sul comune destino fondato sul percepirsi differenti, ma non estranei, e perciò bisognosi uno dell’altro, sull’essere insieme “qui ed ora”, sull’attrazione e la vibrazione della differenza, della libertà come libertà di scegliersi, di stare insieme, di scoprirsi.
La formazione è un’alleanza, una solidarietà per apprendere e imparare, per essere liberi e restare distinti, singoli, senza vincoli di appartenenza e uniformità, per essere leader verso se stessi e verso gli altri come espressione affettiva ed effettiva di relazione e legami sociali.
Il gruppo di formazione si dona ai singoli soggetti che l’hanno costituito perché ne facciano buon uso.
La formazione è luogo di espatri e di frontiere, perciò non deve obbligare alcun destino: i “compagni di scuola” sono compagni di ex-patrio e di ispirazione, sono co-ispiratori, ma non hanno necessariamente un progetto in comune.
E’ un incontro, un metabolismo, di tanti attori, di tante forze, di tanti dubbi, di tanti conflitti, di tanti dialoghi.
Per l’adulto la scuola non è convergenza, non ha un fine utilitaristico da perseguire se non lo sviluppo della persona e dunque della sua libertà.
Una scuola che producesse troppa compattezza scadrebbe nella retorica, nel pensiero unico del super-noi, dell’identità intoccabile e insuperabile, del compiuto, del definitivo. Una buona formazione differenzia, abitua all’interazione, è inconcludente perché non ha nulla da concludere.
La scuola che piace a noi lascia liberi i soggetti di andare oltre, dove credono, limitandosi ad essere “seminario” (il luogo della semina).
I compagni di scuola sono compagni di viaggio, di avventura, di passioni, ma non di conclusioni.
Compagni di progettualità, di speranza, di futuro, ma senza obblighi e costrizioni pre-costituiti.
Questa è la nuova dimensione della formazione o forse quella originaria, non necessariamente alternativa ad altro, ma complementare, necessaria, esistenziale.
Né il passato né tanto meno il futuro hanno una ed una sola interpretazione se non nelle finzioni del dogmatismo e delle tirannie. L’apprendimento cammina su un crinale. Può scivolare sul versante del prima o in quello del poi, ma può anche restare sul crinale da cui vedere e comprendere i due versanti.
Se non si comprendesse la prospettiva, il futuro, la formazione sarebbe solo tradizione, passato, replica dell’esistente. Ma, se non comprendesse il passato, la tradizione, l’istituzione non avrebbe riferimenti, identità, narrazioni da cui partire anche per andare oltre. L’identità che manca produrrebbe un vuoto soggettivo inaccettabile.
Abbiamo bisogno di un noi per andare oltre, non certo per restarne prigionieri.
La questione del noi, del plurale, è condizione per un futuro di bellezza.
Non ci può essere futuro senza relazioni, senza gruppo, senza un reciproco donarsi, scambiare.
Un uomo e una donna, il maschile e il femminile, possiedono biologicamente l’eternità, il futuro, ma è il gruppo il luogo dove l’apprendimento, la cultura, il logos diventano futuro.
Il gruppo è il legame fra i molti, fra diverse idee del mondo, della vita… Il plurale è un moltiplicatore, un acceleratore che mette a confronto mondi diversi.
La prima competenza per il futuro è a solidarietà, l’uscita dalla contrapposizione noi / voi e l’instaurarsi di una relazione armoniosa, generosa, generativa.
Il futuro sta nel riconoscersi in una nuova armonia. L’enfasi sull’io o sul noi patologico e chiuso significa perdita di legame e di relazione. Di quella relazione che non è fusionalità né lontananza.