L’ERMENEUTICA TRA FILOSOFIA E TEOLOGIA

MARCO RAVERA 16 aprile 2005  | LavorInCorso – CON…O…ScENZA

Sabato 16 aprile ISMO Lavori in corso ha ospitato Marco Ravera, Professore Ordinario di Filosofia Morale presso l’Università di Torino.

Riprendiamo il filo rosso di questo ciclo di seminari, la conoscenza: l’ermeneutica ci insegna che la conoscenza è interpretazione e non riproduzione oggettivante della realtà. Come sosteneva Pareyson, l’interpretazione non è solo un modo di conoscere, ma è il modo stesso dell’essere uomo come persona.
Perché parlare di ermeneutica a “Lavori in corso”? Il problema ermeneutico ha a che fare con la coscienza dell’alterità, come riserva preziosa di fecondità.
Nei contesti organizzativi odierni, si richiede sempre più ai soggetti di interpretare il loro ruolo. Gran parte dell’attività professionale richiede una posizione interrogativa di fronte alla realtà. L’interpretazione è, infatti, una fonte inesauribile di nuove produzioni di senso. Nei sistemi sociali contemporanei, c’è più bisogno di inventare che di riprodurre.

Come ci racconta Ravera, l’ermeneutica, quale disciplina filosofica autonoma, nasce con la modernità e con la Riforma protestante, quindi su un terreno eminentemente teologico, e solo poco per volta, nella complessa vicenda che attraverso i secoli XVII, XVIII e XIX vede il definirsi di una vera e propria “ermeneutica profana” (quindi del tutto sganciata dalla teologia), perviene al suo status attuale. La chiave di volta di questo processo di emancipazione ed autonomizzazione dell’ermeneutica filosofica è il pensiero di Schleiermacher, e il suo punto d’arrivo va visto nella meditazione di Heidegger. Dopo Heidegger, che ha definitivamente scorto nell’interpretazione un modo d’essere dell’Esserci e ne ha quindi fornito una determinazione asetticamente esistenziale, assistiamo tuttavia al biforcarsi di due vie: da un lato l’applicazione del dettato heideggeriano nuovamente in chiave teologica (da Bultmann a Welte), dall’altro allo svolgersi della pura “ermeneutica filosofica” nelle grandi elaborazioni della seconda metà del secolo XX (Gadamer, Pareyson, Ricoeur).

Ora, è particolarmente interessante e rivelativo che nelle grandi ermeneutiche filosofiche (direttamente in Pareyson e in Ricoeur, indirettamente in Gadamer: e comunque sempre in quelle che si possono definire le ermeneutiche forti), nella piena maturazione della loro avventura di pensiero si riaffacci la domanda teologica e religiosa, quasi a testimoniare un riattingimento dell’origine da cui l’ermeneutica “profana” aveva inteso “emanciparsi”; così come è specularmente altrettanto interessante e rivelativo che le altre correnti contemporanee che nell’ermeneutica ritengono di affondare le loro radici, ricollegandosi in qualche modo ad Heidegger e svolgendone le implicazioni (come soprattutto il debolismo e il decostruzionismo), pervengano in vario modo sia a rinnegare completamente quell’origine, sia – conseguentemente – a naufragare nel nichilismo. Ma dire che il nichilismo sia il destino dell’ermeneutica, equivale, al redde rationem, a postulare l’universalità del non senso e la fine della filosofia.

Tutte le filosofie di stampo heideggeriano insistono sulla prospettiva di un’ontologia come interpretazione. Ciò ha due linee di svolgimento possibili:
– una concezione ontologica forte (le ermeneutiche forti), per cui il rapporto con l’essere è il rapporto con la verità (sono le ermeneutiche che, anche se nascono nell’alveo filosofico e quindi profano, riaprono allo spazio del sacro, alla domanda religiosa);
– una concezione dell’interpretazione come svuotamento, indebolimento di verità (le ermeneutiche deboli). In questo caso, agisce la nostalgia di un’ermeneutica forte
– che provoca un’ermeneutica debole.

Ravera sottolinea quindi la polarità esistente tra una metafisica forte (che porta a un’ermeneutica debole) e una metafisica debole – proposta dall’autore – (che porta a un’ermeneutica forte). Assumere la morte della metafisica significa fare un’ermeneutica forte, rinunciare in modo forte alla pretesa di una verità e quindi insistere sulle chances veritative dell’interpretazione. Al contrario, assumere la prospettiva heideggeriana in chiave debole significa flirtare o teorizzare il nichilismo o avere un’inconfessata nostalgia per la metafisica forte.
Le ermeneutiche forti (Pareyson, Gadamer, Ricoeur) rinunciano a una metafisica forte; riescono a riproporre una concezione forte della verità in ambito ermeneutico. E dunque non portano alla fine della filosofia. Dall’altra parte, invece, lo sviluppo destrutturate, decostruzionista, debolista del messaggio heideggeriano porta allo sviluppo di ermeneutiche relativistiche, all’interpretazione fine a se stessa, che non è produzione di verità. Se si rinuncia alla nozione di verità, si celebra la fine della filosofia.

Il pluralismo si può ottenere solo a partire da ermeneutiche forti. Credere nella propria verità è indispensabile per comprendere la prospettiva di verità dell’altro. Se si relativizza tutto, si vanifica l’incontro con l’altro e la relazione. Il sentimento della propria mancanza può essere l’origine di una ricerca di senso e non una previa rinuncia al senso.
Le ermeneutiche relativistiche sono quelle che meno istituiscono la relazione.
Ravera ci saluta sottolineando il fatto che un’ermeneutica dovrebbe essere capace di fondare un’etica.