RIPENSARE IL LEGAME SOCIALE NELL’ETA’ GLOBALE

ELENA PULCINI 11 dicembre 2004  | LavorInCorso – CON…O…ScENZA

Sabato 11 dicembre Ismo Lavori in corso ha ospitato Elena Pulcini, Professore di Filosofia sociale presso il Dipartimento di filosofia dell’Università di Firenze.
La sua ricerca verte su temi di antropologia filosofica e di filosofia sociale e politica. Al centro dei suoi interessi è il tema delle passioni nell’ambito di una teoria della modernità e dell’individualismo moderno, con un’attenzione anche al problema della soggettività femminile. Ultimamente si è occupata di trasformazioni dell’identità e del legame sociale in età globale.

Il punto di partenza della sua riflessione è il crescente bisogno di comunità, da cui non si può prescindere e che non possiamo liquidare come una sorta di fastidioso e illiberale residuo arcaico. C’è un bisogno dei comunità proprio dentro uno scenario di globalizzazione. Pulcini sottolinea la profonda ambivalenza che caratterizza la nostra epoca. Da un lato assistiamo a processi globali, si diffonde una logica di un mercato planetario, di una società omologata, conformista.
Dall’altro emergono fenomeni locali di frammentazione e segmentazione, “un mondo in frammenti”, percorso da differenze, realtà locali, zone comunitarie che esprimono un desiderio di coesione e ri-territorializzazione.

La tesi della g-localizzazione si propone di superare la visione oppositiva e dicotomica del nesso globale-locale e offre l’opportunità di ripensare il legame sociale in termini nuovi.
Interrogandosi sulle diverse matrici del bisogno di comunità nell’età globale, Pulcini ne individua due. La comunità nasce:
– come risposta alle patologie dell’individualismo nell’età globale
– come risposta all’esclusione.

Il bisogno di comunità è un bisogno identitario che nasce da un processo di erosione dell’identità, di perdita del senso. Si pensi alla crescente precarietà, ben descritta da Bauman, all’insicurezza, alla perdita di controllo e di fiducia nell’istituzione, allo spaesamento generato dai rischi globali (la minaccia nucleare, il global warming, le epidemie virali) (Beck). Assistiamo alla fine della possibilità di “immunità” (Esposito).
Questa condizione produce effetti sull’identità che tradiscono gli obiettivi primari della modernità (l’autonomia, la decisione, il progresso, la razionalità, la progettualità…). L’individuo globale è caratterizzato dal distacco dalla vita pubblica, da isolamento, angoscia e ripiegamento su di sé. Si genera un vuoto di identità e di senso che produce due patologie: l’individuo consumatore e l’individuo spettatore.
L’individuo consumatore ha un rapporto parassitario con la sfera pubblica, si assoggetta alla tirannia del consumo che invade tutte le sfere dell’esistenza, non solo quella materiale.

L’individuo spettatore è un fruitore di processi di spettacolarizzazione, passivo di fronte a eventi incontrollabili e ingestibili.
L’interdipendenza è la caratteristica dell’età globale (locale e globale si influenzano infatti a vicenda). Dobbiamo fare, a detta della relatrice, una Dichiarazione di Interdipendenza – non di Indipendenza – e assumere che siamo connessi gli uni con gli altri, sia a livello politico che sociale

Il bisogno di comunità, dunque, è legittimo e rinasce ogni volta che si verificano processi di atomizzazione e spersonalizzazione.
La dicotomia esacerbata tra relazioni affettive e relazioni strumentali alimenta il bisogno di un luogo caldo, che compensi le dinamiche fredde dell’età globale.
Quindi, in questo senso la comunità risponde alle patologie dell’individuo.
Ma la comunità è anche risposta al senso di esclusione di soggetti svantaggiati, impegnati in una lotta per il riconoscimento. Il sociologo Castells fonda la coesistenza di globale e locale sul meccanismo di inclusione/esclusione. Parla di una “identità di resistenza”, trincea costruita dagli individui esclusi, che si oppongono all’egemonia della società e danno origine alla re-invenzione di comunità (Castells parla della “esclusione degli esclusori da parte degli esclusi”).
Questa seconda matrice del bisogno di comunità lo fa derivare da un forte bisogno di affermazione della propria identità, attraverso la rivendicazione di una differenza.
Oggi è necessario prendere sul serio il bisogno identitario, riconoscere le differenze sul piano culturale, linguistico, religioso, sessuale…
La tematica del riconoscimento e del riconoscimento delle differenze assume un posto rilevante nella riflessione sociologica e filosofica. Si lega oggi al bisogno di appartenenza a una comunità come luogo della differenza.

Sia che scaturisca da un bisogno di appartenenza e che risponda a una patologia di inclusione, sia che risponda a un’esclusione, il bisogno di comunità non può che apparire legittimo, secondo la riflessione di Elena Pulcini.
Tuttavia, oggi il bisogno di comunità genera manifestazioni patologiche e distruttive, forme reattive e auto-difensive, tentativi di inclusione dell’altro da sé. Cioè, il bisogno di comunità assume forme globali: il pronome Noi diventa pericoloso in quanto si struttura in netta opposizione a Loro, un nemico esorcizzato come minaccia (si pensi ai fenomeni di violenza etnica, alle intransigenze religiose…).
Assistiamo a forme perverse di solidarietà, costruite sulla paura e sull’esorcizzazione (fenomeno del capro espiatorio), all’assolutizzazione delle differenze, senza aperture critiche, all’uso strumentale e spregiudicato di valori e tradizioni (si pensi al terrorismo islamico).
Le patologie della comunità consistono nella fusionalità e nella chiusura ghettizzante. Occorre quindi distinguere tra il bisogno di comunità e le sue degenerazioni patologiche.

La relatrice propone di sviluppare un’idea di comunità come agire comune, come “essere in comune”, svincolando ed emancipando la comunità dalla connessione cogente con un luogo circoscritto, definito da confini.
La comunità si può anche scegliere, evitando semplicemente di accettare ciò che già c’è e a cui apparteniamo per nascita e storia. L’essere umano ha una necessità strutturale di condivisione, di “essere con” (Nancy). Nancy parla di una coesistenza inscindibile di singolarità e molteplicità: l’essere non è un’unità, ma è l’essere gli uni con gli altri. L’essere “tanti insieme” è la nostra situazione originaria.
Pulcini conclude il suo intervento con un ulteriore passo nel campo della prassi. L’età globale pone le premesse per pensare la comunità in termini universalistici. Gli esseri umani hanno un comune destino, sono esposti agli stessi rischi, sono legati a fenomeni interdipendenti. La stessa condizione planetaria di profonda incertezza accomuna tutti gli uomini e può costituire un potenziale fattore di condivisione, perché li espone a una sorte comune.
Jonas e Anders sostengono che siamo di fronte al rischio di una perdita del mondo, di non poter vivere una “vita riuscita” (Habermas), degna di essere vissuta.
Qualunque cosa accada in qualunque parte del mondo ci accomuna in quanto ci ri-guarda (“La bomba di Hiroshima ci ha reso un’unica umanità”, sostiene Anders).
La consapevolezza delle molteplicità delle appartenenze ci consente di relativizzare le differenze e di renderle disponibili alla negoziazione. Nell’individuo, infatti, coesistono diverse realtà. Tutti noi siamo inseriti in un tessuto reticolare di appartenenze, rese flessibili dalla loro stessa pluralità. Di qui può emergere la possibilità di costruire un dialogo – che può implicare anche il conflitto – tra le differenze interne all’individuo, condizione imprescindibile per concepire un dialogo con le differenze fuori, tra gli individui.
Sono possibili forme inedite di solidarietà dirette all’altro sconosciuto e lontano.
Il problema sta nella possibilità di tradurre ciò in prassi politica efficace, nella possibilità soggettiva di cogliere la chance dell’età globale (quella di creare un legame sociale di carattere planetario).