
Negli ultimi anni, il mondo del lavoro ha subito trasformazioni radicali: digitalizzazione, nuove modalità di lavoro ibride o da remoto e adesso è in corso la grande trasformazione legata all’intelligenza artificiale che sta ridefinendo competenze e ruoli. In questo scenario di cambiamento accelerato, una domanda sorge spontanea: la formazione manageriale ha ancora un ruolo? O è diventata, sta diventando sempre di più una commodity?
Per provare a rispondere, oltre che all’esperienza personale e di tutto il gruppo dei professionisti di ISMO, penso sia necessario avere un approccio empirico guardando ai dati, agli investimenti delle aziende italiane e alle esigenze emergenti dei lavoratori e delle organizzazioni.
Secondo il Rapporto 2023 di Fondirigenti, il principale fondo interprofessionale per la formazione continua dei dirigenti promosso da Confindustria e Federmanager, gli investimenti delle imprese italiane in formazione manageriale sono in crescita: nel 2022 sono stati stanziati oltre 30 milioni di euro per finanziare progetti formativi destinati ai dirigenti. Un dato in aumento del 7% rispetto all’anno precedente.
Sempre secondo Fondirigenti, le aree più coperte dalla formazione manageriale oggi sono:
- Leadership e gestione del cambiamento (34% dei progetti formativi)
- Innovazione e trasformazione digitale (28%)
- Sostenibilità e responsabilità sociale (18%)
- Internazionalizzazione (10%)
Inoltre, il Rapporto Excelsior di Unioncamere e ANPAL 2023 rileva che tra le competenze più difficili da reperire sul mercato, spiccano proprio quelle legate alla gestione delle persone, alla leadership collaborativa e alla capacità di innovare in contesti complessi.
Un altro dato interessante arriva dall’Osservatorio Managerial Learning 2023 di ASFOR (Associazione Italiana per la Formazione Manageriale), che indica come l’80% delle aziende italiane ritenga la formazione continua dei manager strategica per la competitività futura. Tuttavia, solo il 45% delle imprese dichiara di avere programmi strutturati e continui di formazione manageriale.
I numeri confermano che la formazione manageriale esiste ed è viva, quello che però sta radicalmente cambiando sono le modalità con cui viene erogata. Infatti, sono le modalità di fruizione dell’utenza che stanno subendo le principali trasformazioni, dettate anche dalla sempre meno “capacità di fermarsi” delle persone (e anche in questo spesso con forti ambivalenze).
Secondo Deloitte (“2023 Global Human Capital Trends”), il 74% dei leader HR ritiene che i programmi di upskilling e reskilling debbano essere “continui, personalizzati e integrati nel flusso di lavoro quotidiano”.
Di fronte a scenari incerti, instabilità geopolitica, transizione green, rivoluzione tecnologica, il manager oggi non è più solo un “esecutore di strategie” ma diventa un agente di cambiamento. Formarlo significa dotarlo di:
- capacità di anticipare i trend,
- abilità di guidare team autonomi e resilienti,
- competenze per prendere decisioni rapide e informate,
- mindset orientato a innovare in modo responsabile.
Non si tratta più soltanto di “sapere” o “saper fare”, ma anche e soprattutto di “saper essere”: leader autentici, capaci di generare fiducia, autonomia, senso di scopo (definizione non nuova ma sempre molto efficace).
E non è un caso se il World Economic Forum, nel suo report “Future of Jobs 2023”, indica che le competenze più richieste nei prossimi anni saranno:
- Pensiero critico e analitico
- Leadership e influenza sociale
- Capacità di gestione del cambiamento
- Apprendimento attivo e strategie di apprendimento
Tutte aree che richiedono formazione di qualità, esperienziale e continua. In questa direzione, dal mio punto di vista, diventa fondamentale non occuparsi più solamente dei contenuti formativi (oggi fruibili in modi diversi e molto più accessibili rispetto al passato) ma investire in un lavoro multidimensionale sul tema della formazione manageriale. La multidimensionalità significa guardare, oltre al contenuto, anche ad una serie di variabili che rendono la formazione un’esperienza continua e profonda e non solo un “momento”, come per esempio:
- le metodologie che si applicano (dove l’esperienzialità ha una centralità assoluta);
- gli strumenti digitali a supporto delle metodologie (per esempio VR, digital gaming, ecc.)
- Il design dei percorsi, andare oltre la logica del “corso”, ma proporre un set articolato di modalità
- I docenti e la loro qualità non tanto in termini di competenza sui contenuti quanto sulla capacità di gestire aule complesse e renderle “vive”, energiche, attuali
A questo aggiungo che i sistemi per finanziare la formazione oggi non rappresentano più un vero ostacolo, perché sono diversi e molto accessibili per le aziende. Per esempio, recentemente la Provincia Autonoma di Trento ha pubblicato un avviso finanziato tramite FSE, molto interessante anche per le modalità di finanziamento. L’avviso, infatti, non finanzia solamente i costi di erogazione della formazione ma anche i costi del “mancato reddito”, cioè, riconosce una cifra oraria per ogni ora in cui i dipendenti saranno impegnati nell’attività formativa. Un vero supporto per tutte le aziende che vogliono realmente investire sulle competenze delle proprie persone.
Nonostante la consapevolezza crescente, però sono ancora molte le imprese italiane che faticano a considerare la formazione come parte integrante della loro strategia. Secondo il Barometro della Formazione Continua 2023 di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale), solo il 38% delle aziende analizza in modo sistematico i fabbisogni formativi dei propri manager, mentre il 62% interviene in modo reattivo o sporadico facendosi guidare più dai finanziamenti che non dai bisogni reali e questo spesso è un fattore di disengagement della Committenza oltre che delle persone.
Questo approccio “a spot”, inoltre, rischia di lasciare i manager privi degli strumenti necessari proprio nei momenti più complessi. Formare un manager non serve solo a migliorare la sua performance individuale, ma è un investimento diretto nella competitività e nella capacità adattiva dell’intera organizzazione.
Dal nostro osservatorio, oggi più che mai, la formazione manageriale non deve puntare solo a trasferire competenze tecniche ma deve aiutare a sviluppare autonomia, consapevolezza, a costruire ambienti di benessere. E non può farlo solo con e-learning o micro-learning, ma questi temi richiedono esperienzialità, la possibilità di sperimentare e sperimentarsi, esperienze immersive.
La formazione manageriale non solo esiste, ma è destinata a diventare sempre più strategica. I dati lo confermano: le aziende che investono in formazione continua sono più resilienti, più innovative e più capaci di attrarre talenti.
Non formare i propri manager, le proprie persone tutte, significa esporsi a rischi crescenti di rigidità organizzativa, perdita di competitività, incapacità di adattarsi ai cambiamenti.
In un mondo dove “il cambiamento è l’unica costante”, la formazione manageriale rappresenta la chiave per costruire organizzazioni antifragili, capaci non solo di sopravvivere, ma di prosperare nei contesti più incerti.
Investire nella formazione oggi non è più un lusso. È una necessità.
Vuoi saperne di più? Ti consigliamo queste letture:
- L’ecosistema della formazione. Allargare i confini per ridisegnare lo sviluppo organizzativo, di Raoul C. Nacamulli e Alessandra Lazazzara, EGEA 2019
- Ecologie della formazione. Inclusione, disagio, lavoro, di Alessandro Ferrante, Andrea Galimberti e Maria Benedetta Gambacorti Passerini, Franco Angeli 2022
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