EDUCATION AND GLOBALIZATION

GIANLUCA BOCCHI 27 novembre 2004  | LavorInCorso – CON…O…ScENZA

Sabato 27 novembre ISMO Lavori in corso ha ospitato Gianluca Bocchi, docente, coordinatore organizzativo e responsabile delle relazioni internazionali del CERCO (Centro di Ricerca sulla Complessità), il centro d’eccellenza promosso dall’Università di Bergamo sui temi dell’epistemologia, dell’antropologia e delle scienze della complessità.
Il suo intervento a Lavori in corso è ruotato intorno a quattro temi centrali:

  • il fenomeno della globalizzazione
  • la complessità
  • il cambiamento dell’identità in corso
  • gli impatti sul mondo della formazione/educazione.

Bocchi introduce la sua riflessione sostenendo che è più corretto parlare di “globalizzazioni”, in quanto non c’è un’unica “globalizzazione”, ma ce ne sono tante. Ci invita a fare attenzione alle impostazioni ideologiche della globalizzazione: recentemente, infatti, parlare di globalizzazione ha significato un ingenuo nuovismo. La proposta di Bocchi è di contestualizzare la globalizzazione, che è, di fatto, una tendenza importante di tutta la storia umana: l’esperienza umana è legata a un intreccio tra locale e globale. La globalizzazione ecologica c’è sempre stata: il pianeta è un’entità ambientale che non conosce confini. La globalità, quindi, fa parte delle nostre radici.

La storia dell’uomo è costellata di diaspore: la specie umana si frammenta in tanti gruppi isolati che si adattano agli ambienti locali, si globalizza localizzandosi. In questo modo si crea un habitat planetario.
Globale e locale non sono in contrapposizione, ma sono complementari e “fanno circolo” (di qui il neologismo “glocale”): la nostra evoluzione nella storia e la nascita delle culture umane avviene attraverso un intreccio di globale e locale.
Fin dalle origini, la storia umana è caratterizzata da due processi contrastanti, ma complementari:
– la separazione, che rende la specie umana diversa, perché la diversità è una radice della nostra storia (i nostri antenati hanno vissuto in habitat molto diversi)
– il fare rete..Bocchi pone due eventi alla radici del fenomeno della globalizzazione:
– la nascita dell’agricoltura
– il 1492.
La nascita dell’agricoltura consente la comparsa di organismi politici, il rafforzamento di reti e il fiorire degli scambi culturali. Non c’è ancora una globalizzazione, in quanto in molte popolazioni non si verifica una transizione all’agricoltura.
Il 1492 è l’evento chiave, che provoca una massiccia omologazione: si assiste alla creazione di una rete globale – che segna l’età moderna -, si genera una grande circolazione economica di coltivazioni e animali, si sviluppa un’economia mondo.
La globalizzazione, quindi, non è nata alla fine del XX° secolo, ma nel 1492.
Bocchi ci invita a riflettere su un errore molto diffuso nei nostri tempi: pensare i problemi senza radici, senza storia, senza matrici. C’è invece un grande bisogno di un’educazione che parli di origini, che non si dimentichi delle matrici, altrimenti diventa difficile anche misurare (e realizzare) cambiamenti.

Nel 1492 cambia l’idea di territorio. Magellano, nel 1522, attraverso il suo viaggio ai confini dell’ignoto senza il supporto di alcuna cartografia, contribuisce a uno sgretolamento delle cornici del mondo prima concepito. Da Magellano, attraverso Copernico, Galileo, Giordano Bruno, nasce la modernità, con l’arduo compito di mettere ordine nello sgretolamento in corso.
La scienza e la politica moderna sono state, in questo senso, tentativi grandiosi di regolare la complessità. L’età moderna, infatti, fa i conti con un universo esteso, forse infinito. La scienza affronta tale complessità adottando una strategia di separazione degli oggetti e dei campi disciplinari. Il sapere viene diviso e frammentato, nascono i campi disciplinari, coordinati dall’appartenenza allo stesso metodo scientifico: l’universo è complesso e ricco di diversità, ma il metodo scientifico è uno.

La politica moderna, dal canto suo, nel 1648 con il Trattato di Westfalia, fonda la sovranità degli Stati Nazionali: la sovranità viene divisa in confini e Stati, ognuno assoluto e sovrano al suo interno.
L’età moderna è caratterizzata, quindi, dall’emergenza di figure di mediazione tra il globale e il locale. Le discipline, i dipartimenti universitari sono una figura di mediazione tra il locale dei laboratori, delle singole esperienze e il globale dell’universo. Nella modernità “ognuno è padrone a modo suo”, perché le regole comuni ci sono (a livello scientifico c’è un metodo omogeneo e a livello politico regna un’idea di equilibrio internazionale).
Nel ‘900, invece, si rompe l’idea dell’unità del metodo scientifico: la scienza diventa pluralista. Si avverte il bisogno di dimensioni trans-disciplinari: il confine può essere visto come ciò che unisce, non ciò che separa.
Oggi l’equilibrio internazionale non è più generato dai singoli stati; lo stato nazionale come unica mediazione tra individuo e mondo, tra locale e globale non regge più.
Nel 1996 con la presa di Kabul si è perpetuata una politica di assalto ai diritti umani: sono state proibite l’arte, la cultura, la scienza. Violare l’universo simbolico artistico significa saccheggiare i principi e le radici della specie umana, tanto che Bocchi parla di un tentato suicidio dell’umanità. Ma il mondo è un pianeta dal punto di vista ecologico e, come tale, una terra di tutti.

Oggi la minaccia del terrorismo segnala la necessità di un governo mondiale: il sistema di mediazione tra globale e locale si è rotto e le due dimensioni vanno ricomposte in modo diverso. L’ipotesi di Bocchi è che attualmente viviamo la globalizzazione politica, culturale ed economica sotto forma negativa di terrorismo, in quanto non abbiamo sviluppato un modo di comprenderla in passato.
Il potere di controllo degli Stati e delle istituzioni statali sugli individui si è attenuato; gli individui sono soggetti a flussi di informazione globali, in modo disordinato e non regolato. L’identità non si fonda più sulla vicinanza fisica, sul territorio; cultura e territorio si ibridano in modo molteplice, dando vita a identità multiple. La cultura oggi ha il compito di mettere in rete segni discordanti e l’individuo quello di mettere insieme identità territoriali e identità elettive. Agli Stati spetta porre le condizioni di un’integrazione tra le differenze di cui gli individui sono portatori. La tesi di Bocchi è che Il ruolo delle istituzioni cambi, ma che non si indebolisca affatto: l’istituzione deve svolgere un’importante funzione di mediazione.

Il mondo di oggi, così come ce l’ha dipinto il relatore, è caratterizzato dalla complessità e dal suo contrario, cioè dalla paura di questo scenario complesso. Paura che provoca, sempre più spesso, una rinascita caricaturale e distruttiva di identità rigide, con un minaccioso potere auto-distruttivo. L’integralismo altro non è se non l’incapacità di percepire se stessi come identità molteplici: “è un colpo di stato” che una parte della personalità mette in atto sulle altre parti della personalità.
Confliggono un’idea di identità aperta e ibridata e una concezione di identità rigida e autodistruttiva. E ancora un’idea di confine come spazio di interazione e una opposta di confine come difesa per non occuparsi di ciò che sta fuori.

L’esplosione del virtuale non deve farci cadere in un tranello integralista: il virtuale è complementare al corporeo, che è il canale dei sensi, dell’interazione, dell’esperienza, della relazione – tutte dimensioni che terrorizzano i fondamentalismi.
E con il corpo e l’esperienza, la formazione deve recuperare il senso del tempo – e quindi del limite: ci vuole tempo per apprendere.
Bocchi ci saluta promuovendo un modello di individuo flâner, che cammina senza meta abbandonandosi all’esperienza del momento e in ogni momento trova occasioni di apprendimento. “Non ci sono autostrade per apprendere”, non c’è una meta, la meta è il cammino stesso – come ci racconta Antonio Machado nei suoi versi:

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace el camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante no hay camino
sino estelas en la mar.

Antonio Machado
Proverbios y cantares – XXIX