SUBJECTS IN TRAINING. Group analysis and orchestra rehearsal

DIEGO NAPOLITANI e DANIELE AGIMAN 22 gennaio 2005  | LavorInCorso – CON…O…ScENZA

Sabato 22 gennaio 2005 “Ismo Lavori in corso” ha ospitato Diego Napolitani e Daniele Agiman, in un incontro dal titolo “Soggetti in formazione. Gruppoanalisi e prove d’orchestra”.
I due relatori hanno affrontato il tema della formazione da due vertici disciplinari: Napolitani dalla prospettiva gruppoanalitica e Agiman come direttore d’orchestra.
Napolitani ha dato il via al suo intervento con una suggestione: l’idea della mancanza come silenzio. Esiste un silenzio che accomuna tutti gli esseri umani: il silenzio dell’organizzazione (dal greco “organon” = lavoro). La prima organizzazione di cui facciamo esperienza è l’organismo, un insieme di organi che producono la vita nel loro “essere un insieme”.

La mente è, in questo senso, “un’insiemità di voci che urlano e sussurrano”; talvolta il nostro scenario interno è dominato da voci chiassose, confuse ed enigmatiche, come alcuni dei nostri sogni.
L’organizzazione – ci suggerisce Napolitani – è il luogo dove si produce la vita di un insieme; è un lavoro che si compie nel silenzio, come quello della mente, delle cellule…
Entrare nel silenzio è opera del poeta, dello scienziato, del mistico, che osano entrare nel silenzio non coprendolo, ma scoprendolo. È un silenzio che ci rimanda alla dimensione misteriosa dell’esistenza.

Napolitani procede evidenziando alcune caratteristiche del nostro incontrarci col proprio silenzio personale e dell’organon – un lavorio, appunto, silenzioso e, talvolta, lacerante.
Heidegger si chiede se sia l’uomo che apre il suo cammino o se sia la strada ad “aprire” l’uomo e sottolinea la circolarità esistente tra il nostro procedere come atto volitivo e il nostro essere indotti dalle circostanze.
L’etimologia della parola “orchestra” ci rimanda al significato “danzare”: la danza del direttore d’orchestra, infatti, anima la danza degli orchestranti.

L’organizzazione – come la formazione – indicano un processo, non uno stato, un insieme che lavora. Non si darebbe organizzazione nè formazione se non in presenza delle diversità: ogni persona ha la sua esperienza vissuta, che non è in alcun modo sovrapponibile a quella dell’altro. L’orchestrazione è quella che riesce a mettere insieme le esperienze vissute di più organi.

Agiman riprende il tema iniziale della mancanza: la musica nella nostra esperienza occidentale è – a suo dire – un’esperienza di mancanza. È una catena comunicativa segnata da mancanze e composta da: compositore, direttore d’orchestra, orchestra – che realizza le idee del direttore – e pubblico.

In ciascun passaggio si sperimentano delle mancanze e ciascuno le sperimenta nel silenzio. Il mistero più grande riguarda il modo in cui nasce un’idea nella mente di una persona, di un compositore, ad esempio. Per Mozart l’idea musicale era un gusto, un sapore. Nel compositore spesso la musica nasce come una sensazione fluttuante, fatta di suoni e immagini e si organizza pian piano. La musica nasce, nel compositore, libera, come suono puro, senza segni grafici. E la prima mancanza consiste nel fatto che il compositore deve scriverla.
Il direttore d’orchestra costituisce il secondo anello: è uno strumento nelle mani di un compositore. Si confronta con una serie di mancanze: il compositore, infatti, segnala solo l’altezza delle note, non la velocità né l’intensità.

ll direttore d’orchestra costituisce il secondo anello: è uno strumento nelle mani di un compositore. Si confronta con una serie di mancanze: il compositore, infatti, segnala solo l’altezza delle note, non la velocità né l’intensità
Il direttore usa il gesto – cioè movimenti nello spazio – non un linguaggio verbale e, attraverso il gesto, dà ai musicisti il senso del testo scritto, permettendo loro di decifrarlo.
Anche l’orchestra si sperimenta con la mancanza: è composta da uomini di fronte a uno strumento e nessuna esecuzione li soddisfa mai pienamente.
Infine, il pubblico esprime le sue mancanze attraverso il livello della sua partecipazione e la sua disposizione d’animo.

La mancanza è come il silenzio, può essere vissuta come un vuoto o come un pieno, una possibilità o un limite. Ed è costituzionale in ogni processo comunicativo. I grandi direttori d’orchestra cercano di cavalcarla, vivendo la mancanza come un invito a danzare – anche perché la musica è sempre improvvisazione.

Ogni organizzazione – riprende Napolitani – si pone un obiettivo di approssimazione infinita. Nessun atto di conoscenza dell’essere umano arriva mai alla verità ultima. Il neonato, invece, fa un’esperienza di verità non mentalizzata e relativizzabile, assoluta, priva di mancanze. Ognuno di noi ha abitato – nel grembo della madre – un mondo pre-mentale, dove è mancata la scelta, la de-cisione di un cammino da percorrere.
La mancanza come esperienza è già un succedaneo di un’esperienza di assoluto.
Talvolta riemerge la nostalgia dell’assoluto, dopo che abbiamo compiuto delle scelte. La burocrazia e la gerarchia che connotano alcune fasi – e istanze – della vita delle organizzazioni – dei gruppi e degli individui – possono essere lette come una tensione nostalgica verso un assoluto. L’organizzazione gerarchica, dove la circolazione avviene attraverso comunicazioni paranoiche, è altra cosa rispetto all’organizzazione viva, che prosegue per approssimazioni, vive di scambi di interpretazioni. Analogamente, in un setting clinico, il paziente è parte integrante dell’organizzazione: non è un infante da nutrire – come sosteneva l’ortodossia psicoanalitica – ma un interlocutore, un co-operatore all’interno di una struttura organizzativa complessa, con cui costruire un confronto di “pensieri selvaggi” (Bion).
Non si tratta di eliminare il bisogno di assoluto, di compiutezza, di un motore immobile, di certezze e fondamenta, che comunque anima l’animo umano – dal momento che, dentro di noi, l’assoluto è stato esperito. La questione è, invece, cercare di coniugare le due polarità esperienziali: il bisogno di certezze, da un lato e la tensione verso il cambiamento e il nuovo, dall’altro.

Agiman evidenzia il fatto che se si accetta la mancanza come costitutiva dell’esperienza umana, ne discende la processualità di ogni attività: “siamo sempre dentro a un processo, a un procedere”. Esiste un circolo tra compositore, direttore, orchestra e pubblico. Non è il direttore – o il musicista – che fa l’interpretazione, ma è l’interpretazione che “si fa”, si presenta.
Il “processo musicale” da vita a un concerto di successo quando si genera entusiasmo, quando si vive un’esperienza che trascende la propria persona, ci si lascia attraversare.
Tutte le prove di un’orchestra sono caratterizzate da un tempo reversibile, a differenza di ciò che accade nel concerto, dove vige un tempo irreversibile, scritto dal compositore e abitato dai musicisti. La musica – sostiene Agiman – è l’arte del movimento nello spazio e nel tempo, è il tentativo di organizzare un’esperienza di movimento, tra e-mozione (muovere dal di dentro) e com-mozione (muoversi assieme).