CHIARA SARACENO 11 giugno 2005 | LavorInCorso – CON…O…ScENZA
Sabato 11 Giugno Ismo ha ospitato a “Lavori in corso” la dottoressa Chiara Saraceno, professore ordinario di Sociologia della famiglia presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino. È studiosa di diverse importanti tematiche: l’esclusione sociale, la giustizia, il Welfare, la povertà. È stata presidente della Commissione sull’esclusione sociale, nota come Commissione della povertà, con grande interessamento alla tematica della distribuzione del reddito e con la caratteristica di avere una grande “attenzione comparativista”, a quello che accade negli altri Paesi. A ciò ha aggiunto anche una raffinata elaborazione teorica o, se si vuole, metodologica, utilizzata poi negli impegni civili di ogni giorno.
Il suo contributo parte sottolineando il pensiero di una grande autrice, Nussbaum, che, anche se non appartiene al canone degli studi femministi e nemmeno agli studi più riconosciuti sulla cura, ha dato un contributo molto interessante alla riflessione teorica ed ai suoi risvolti pratici. Nussbaum si è occupata dei problemi di cura e dei diritti delle persone con i bisogni più estremi, i disabili, a ricevere cura.
Secondo Nussbaum, la cura come bisogno è una dimensione che appartiene all’essere umano nella sua vicenda naturale, anche quando non è disabile, sia alla nascita che verso la sua fine. Pensare questo è facile, ciò che risulta più difficile è pensare al bisogno di cura negli anni in cui apparentemente, se un individuo è un essere intero, non dovrebbe sentirne l’esigenza.
Il tema della cura oggi è molto sviluppato ed è anche fuoriuscito dall’ambito specifico della riflessione femminista in cui, a partire dalla fine degli anni Settanta in poi, è stato tematizzato.

Fino agli anni Settanta, invece, il tema della cura era pressoché assente, non era oggetto di ricerca, né di riflessione teorica. Non esisteva neppure come parola nel linguaggio della ricerca, né nella letteratura sui servizi o sul Welfare State. Esisteva solo come parola quotidiana, “prendersi cura”.
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Anche relativamente al lavoro delle donne nella famiglia, si parlava di lavoro domestico tout court, in cui non vi era concettualmente la distinzione tra rifare i letti, curare un bambino e curare un marito.
Non veniva, inoltre, data importanza al tema della cura degli anziani, dei non-autosufficienti, per motivi in parte anche pratici, demografici. Infatti, l’esplosione dei bisogni di cura nei rapporti tra le generazioni verso l’alto e non verso il basso è emersa chiara con l’invecchiamento della popolazione, con il fatto che si vive bene e più a lungo. Ma, proprio perché si vive più a lungo, è aumentata la probabilità di vivere fasi della propria vita in cui non si è del tutto autosufficienti.
Alcuni studi svolti dall’ISTAT su due coorti di donne, quelle che hanno 60 anni oggi e quelle che avevano la stessa età 20 anni fa, hanno mostrato che la rete parentale delle sessantenni odierne comprende un numero di anziani molto maggiore di 20 anni fa. Il numero di anziani, quindi, è aumentato quantitativamente.
Questi cambiamenti demografici spiegano l’emergere dell’importanza della cura degli anziani.
Solo negli anni Settanta si comincia ad individuare il tema della cura come un tema cruciale e distinto da altri, sia nelle analisi sul lavoro domestico, che in quelle sul Welfare State.
Sicuramente il tema della cura è stato sviluppato in Inghilterra, spesso infatti si usa il termine “care”. In italiano si usa il termine cura sia come prendersi cura, che come cura medica, pratica sanitaria. In inglese, invece, “to care” vuol dire specificamente “prendersi cura”e rimanda ad una pratica di accudimento.
Il concetto nasce, quindi, in Inghilterra all’interno di riflessioni sul lavoro domestico, sul lavoro non pagato delle donne, che comprende non solo la manutenzione degli oggetti, ma anche la manutenzione e riproduzione degli esseri umani. Il termine riproduzione va inteso non solo come riproduzione tramite la generazione, ma anche tramite la relazione, ovvero qualcosa che si fa anche rispetto agli adulti e non solo rispetto ai bambini. Il prendersi cura va inteso come lavoro di costante riproduzione degli esseri umani.
Questo tipo di riflessione si accompagna alla riflessione sul significato del lavoro non pagato. Anch’esso è un lavoro che richiede fatica fisica, intelligenza, energia e tempo. All’inizio si poneva l’accento sul fatto che fosse un lavoro relazionale, un lavoro dentro rapporti particolari e sul perché lo facessero le donne e perché gratis. È stato definito “lavoro dell’amore” (labour of love): sarebbe svolto gratuitamente dalle donne, in quanto è svolto dentro rapporti di amore e per questo vale tanto.
Anche nel lavoro di cura si esprime un rapporto, non si presta solo un’attività; si realizzano la costituzione e la restituzione continua delle identità e delle relazioni in gioco.
Nella prima forma di dibattito, quello specificamente inglese, questo sembrava avvenire quasi esclusivamente dentro la famiglia. Nelle riflessioni sul Welfare State si ha, invece, un primo allargamento, con dibattiti sulla umanizzazione dei servizi e sui rischi legati all’eccesso di professionalizzazione.
Tutti i lavori di cura, poiché hanno a che fare con corpi e con bisogni essenziali, coinvolgono direttamente l’identità. Se all’inizio la cura sembrava che potesse avvenire solo all’interno di rapporti non pagati (lavoro dell’amore), progressivamente si è riconosciuto che avveniva anche all’interno di lavori pagati. In medicina è arrivato tardi il concetto di umanizzazione dell’ospedale, dell’importanza della dimensione relazionale della cura.
Col tempo, inoltre, è emerso un altro soggetto bisognoso di cura in modo più intensivo ed anche meno gratificante, l’anziano. Accudire una mente in crescita (bambino) è più gratificante dell’accudire una mente che vacilla e che forse non riesce nemmeno più a riconoscere chi la accudisce. Accudire un bambino è vederne lo sviluppo, la fine della cura di un corpo fragile è solo la morte.
È aumentato anche il bisogno di cura non familiare dei bambini, a seguito dell’aumento dell’occupazione femminile. Anche la cura dei bambini è diventata, quindi, un problema pubblico.
Tra gli infermieri, vi è spesso una visione vocazionale del mestiere e l’idea che quando le cose vanno bene, il malato è grato; la gratitudine sarebbe la cifra del riconoscimento di aver svolto bene il proprio lavoro. Se la gratitudine è la cifra della qualità del rapporto infermiere o medico/paziente, essa è molto asimmetrica e soprattutto nasconde quanto l’infermiere e il medico abbiano bisogno della gratitudine del loro paziente per continuare ad esistere.
C’è, pertanto, il rischio sia di creare dipendenza ed obbligo alla gratitudine, sia che la propria identità venga giocata sulla capacità di suscitare gratitudine. Ciò rimanda al classico stereotipo dell’amore femminile (“ti ho dedicato tutta la mia vita”), che diventa facilmente (“hai rovinato tutta la mia vita”), cosa che può accadere anche nelle relazioni più professionali.
Nel discorso sull’intreccio tra lavoro pagato e lavoro non pagato emergono, dal punto di vista delle politiche pubbliche, alcuni temi. Il tema generale è se esiste una responsabilità delle politiche pubbliche rispetto ai bisogni di cura. Le responsabilità pubbliche sono, in realtà, a livelli diversi. Noi vediamo solo la responsabilità del fornire servizi di cura, in realtà esistono almeno altri due problemi.
Il primo problema è quello del diritto a ricevere cura, che è un diritto molto meno formalizzato rispetto al diritto a ricevere trasferimenti monetari. Qualcuno ha parlato del diritto a ricevere cura come un diritto incompleto, anche laddove ci sia. Infatti, i servizi hanno sempre qualche forma di razionamento, anche perché il diritto a ricevere cura può essere soddisfatto in una pluralità di modi.
Ciò rimanda all’altro problema di politica pubblica, ovvero il diritto a dare cura. Il non riconoscere il diritto a ricevere cura fa sì che anche il diritto di dare cura sia poco riconosciuto e poco istituzionalizzato. Ciò non vuol dire che non esiste affatto; la storia dei congedi di maternità e poi genitoriali rappresenta proprio la forma istituzionalizzata del riconoscimento del diritto a dare cura.
Si stanno diffondendo, anche se in misura minore, anche i diritti a dare cura ai disabili. È interessante notare che in Italia con la legge 53/2000 è possibile andare in congedo se si ha un figlio gravemente disabile e non se ad essere gravemente disabile è un genitore. Il motivo è che, essendo molto più numerosi i genitori rispetto ai figli disabili, sarebbe stato economicamente insostenibile.
Le politiche pubbliche, quindi, non riguardano solo le politiche dei servizi, ma riguardano a monte i diritti a ricevere cura ed accanto a questi i diritti di chi dà cura, sia come diritti a dare cura se si sceglie di darla, sia a non pagare prezzi troppo alti per il fatto di dare cura.
È molto recente, ad esempio, il dibattito sui “servizi di sollievo”. In Inghilterra, dove sono molto più organizzati che da noi, vi sono organizzazioni di disabili che discutono, che hanno fatto emergere un conflitto tra chi dà le cure e chi le riceve. I disabili dicono “Ma chi l’ha detto che noi vogliamo andare nei servizi di sollievo, chi chiede il nostro parere? Io voglio stare qui a casa mia”.
È bene, dunque, esplicitare che nei rapporti di cura non c’è una dipendenza lineare, ci sono diversi soggetti ed anche diversi diritti in gioco che vanno esplicitati e negoziati. Vederne uno solo di volta in volta rischia di cancellare tutti gli altri.
In risposta ai vari interventi, la dottoressa Saraceno sottolinea che il problema non è tanto contrapporre l’individuo agli aggregati, ma pensare l’individuo come un individuo in relazione, le cui relazioni contano come vincoli, obbligazioni ed opportunità.
In realtà, si sono fatte pochissime politiche degli individui, ci sono state molte più politiche per la famiglia. Quindi, non si può affermare che c’è un eccesso di individualismo nelle politiche italiane. C’è, invece, moltissimo il dato per scontato della solidarietà familiare, sia per i giovani che per i vecchi. Inoltre, gli adulti nelle età centrali sono sempre pensati come maschi con donna che provvede alla loro sussistenza; c’è sempre l’idea di famiglia dietro. Anche da un punto di vista legislativo, abbiamo la legislazione più estensiva in termini di obbligazioni familiari.
Nel corso della nostra vita è facilissimo o aver bisogno di ricevere cura o aver bisogno di fornire cura, poiché siamo individui in relazione. Anche le aziende dovrebbero riconoscere maggiormente il bisogno, sia da parte delle donne che degli uomini, di dare cure..
