THE JOURNEY: migrating like swallows or wandering like bears?

MAURIZIO MAGGIANI 05 novembre 2005  | LavorInCorso – CON…O…ScENZA

Linc continua sul suo filo rosso della con-o-s(c)enza; della relazione come luogo fondativo della possibilità di conoscere. Sabato 5 Novembre 2005 ISMO “Lavori in corso” ha ospitato Maurizio Maggiani, brillante scrittore genovese, nato a Castelnuovo Magra nel 1951, da genitori di modeste condizioni. Ha scritto racconti su varie riviste: italiane, spagnole, francesi, tedesche ed inglesi. È editorialista per “Il secolo XIX” e scrive per “la Stampa”. Tra i suoi libri ricordiamo: “Il coraggio del pettirosso”, “La regina disadorna”, “E’ stata una vertigine” e l’ultimo romanzo “Il viaggiatore notturno”.
L’autore ha riferito di aver cambiato molte volte vita ed un momento determinante è stato sicuramente quello di diventare romanziere, ma in realtà la parte più interessante della sua vita non è stata quella dedicata alla scrittura. Nella sua vita si è dedicato a molte attività: è stato maestro carcerario, operatore cinematografico, fotografo, maestro di bambini ciechi. Ha cambiato tanti lavori: quando diventavano routine non riusciva più a svolgerli “a regola d’arte”.

L’autore ha offerto, attraverso una narrazione autobiografica, una descrizione molto particolareggiata e spesso anche emozionante della sua infanzia e della sua vita in generale. Ha offerto il suo racconto di vita, senza la mediazione delle sue opere, con immediatezza e concretezza, ma anche creando astrattezza, ospitando gli altri, dando ad ognuno la possibilità di ritrovare la propria storia.
Ha vissuto sicuramente un’infanzia complessa, piena di solitudine e caratterizzata dall’immagine di esodo, di deportazione. Infatti, la sua famiglia si è trasferita dalla campagna alla città, dove ha dovuto adattarsi ad una realtà totalmente differente ed ha iniziato a comprendere l’esistenza delle classi sociali. Questo è il dolore della sua vita e, secondo l’autore, è solo conoscendo il dolore della propria vita che si diventa adulti.
Per tutta l’infanzia ha cercato di tornare alle sue origini, in campagna, ma sapeva che non sarebbe mai più tornato. Durante il suo esilio, il luogo da cui era partito ha dato vita ad un luogo dell’anima che cresceva fino a diventare un’epopea, una costruzione letteraria; di qui il suo consiglio di non cercare mai di sovrapporre un luogo dell’anima ad un luogo della materia. Un attimo dopo che si parte, tutto ciò che si lascia cessa di esistere.
L’unico destino per superare il suo dolore è stato quello di mettersi per strada e andare avanti con il desiderio di tornare, ma senza mai tornare. Ha scelto di non vivere con l’illusione di tornare. Tutto ciò è stato vissuto dall’autore sia come condanna che come privilegio, il privilegio di chi potrà “scoprire” per l’eternità. Quale percorso di conoscenza, educativo, affettivo, professionale può dirsi una via, se si sa come va a finire?

Raccontando il dolore della sua infanzia ha lanciato una riflessione molto importante sul viaggio e sulla differenza tra il viaggio del migrante ed il viaggio dell’errante.
I migratori, di cui le rondini rappresentano il prototipo, in realtà non vanno mai da nessuna parte: il loro andare e venire è un perpetuo ritorno. Vivono dell’illusione di tornare. In qualunque punto si prenda un emigrante, all’origine o alla meta, questi sono i due punti di massima estensione di un elastico.
Gli orsi, invece, sono degli animali erranti: quando partono non è detto che ritornino. È il privilegio dell’orso: erranza, libertà, solitudine.
Un’ulteriore differenza è quella tra il marinaio ed il contadino. Il marinaio che parte, quando torna non è più lo stesso. Il mare è l’erranza vissuta nel corpo, è l’orizzonte che disorienta. Il contadino, invece, delimita l’orizzonte, segna il confine con un filare di alberi, perché la natura infinita ed immensa lo spaventa. Ciò significa la possibilità di non morire andando: un infinito andare tentando di delimitare l’orizzonte dell’infinito.
L’unico viaggio possibile è quello dell’errante, di chi sceglie di non arrivare mai, di accettare il mistero e di portare nel proprio bagaglio ciò che non sa e ciò che non è ancora. Il viaggio è concepito dall’autore come metafora della conoscenza, di un cammino aperto che si fa andando. Non cedere alla tentazione di fermarsi è ciò che dà senso all’andare, ciò che lo rende veramente utile e bello. Mai, come quando mettendosi in cammino si capisce che non si sa dove si sta andando, si andrà così lontano. Scegliere di mettersi in viaggio significa scegliere di non arrivare mai.