
Recensione del libro di Vittorio Gallese e Ugo Morelli
di Giovanna Garuti
Cosa significa essere umani? Domanda perturbante che interroga l’esistenza di ciascun individuo e specie dalla notte dei tempi alla ricerca di un’archè fondatrice di un’identità distintiva che ci rassicuri ed orienti ma che, paradossalmente, diviene sempre più incerta man mano che la ricerca procede ed le conoscenze si ampliano. Fra le specie animali il tratto più distintivo è che abbiamo la consapevolezza della nostra morte, e forse proprio per questo, abbiamo sempre cercato di trascenderci con la tecnologia fino a ipotizzare di creare la nostra stessa immortalità.
Il libro di Vittorio Gallese e Ugo Morelli ha il merito, fra gli altri, di usare la domanda scomoda proprio come titolo del libro e quindi invitare il lettore che vi si accosta ad uscire dal torpore prodotto dalle troppe risposte facili e semplificatrici a cui l’era digitale ci ha abituati. Il libro, infatti, non solo propone una domanda scabrosa ma la lascia anche aperta, propone orizzonti di senso che non vogliono espungere la complessità bensì rendere visibili l’intreccio dei differenti fili di cui siamo fatti noi, piccolo frammento del cosmo.
Un primo filo molto bene intrecciato è quello inter o transdisciplinare rappresentato dagli sguardi dei due autori – neuroscienziato Gallese, psicologo Morelli – che nella scrittura coniugano senza soluzione di continuità approccio biologico, antropologico, culturale e psicologico cogliendo il primo nucleo indissociabile dell’umano. Come già ricordato dai filosofi antichi l’umanità è bios, zoè e technè. L’umano è sempre anche movimento sia verso che contro la realtà che lo circonda in un incessante processo di distruzione creatrice del mondo e del proprio posto nel mondo. Siamo la specie capace di trascenderci, di proiettarsi in mondi possibili ed in ragione di tale facoltà può imprimere svolte al proprio destino sia benefiche che autodistruttive.
L’intreccio della complessità umana biologicamente fondata si esprime nella relazione corpo-cervello-mente. I trattini fra le parole sono essenziali per cogliere il senso della stretta relazione che lega le nostre funzioni superiori, la mente, al nostro essere radicati in un corpo di carne, sangue, nervi… è il nostro corpo di cui il cervello fa parte ad essere “cablato” per entrare in relazione e mettersi in movimento verso l’altro fino dai movimenti fetali come è stato verificato e studiato nelle gravidanze gemellari: i feti si muovono con maggiore gentilezza quando entrano in contatto fra di loro. Il nostro cogito, di cui andiamo giustamente orgogliosi, nasce dall’esperienza ed essa è sempre primariamente corporea, corpi in movimento in contesti dati ma anche co-costruiti. È attraverso questa interazione costante che si producono fenomeni emergenti, differenze e variabilità potenzialmente infinite.
Per gli autori mettere in evidenza le specificità dell’umano non è un peccato di antropocentrismo, anzi è evidenziare come la specie umana sia una delle possibilità sorte dal processo evolutivo e, ontogenicamente, ciascuno sia una possibilità del processo individuativo sempre aperto. Sono l’apertura e la plasticità della vita biologica alla base delle possibilità adattive ed exattative di noi umani come specie e come individui: “sembra proprio che sia la libertà dinamica dell’apertura a caratterizzare da un punto di vista neurobiologico l’espressione delle potenzialità del sistema corpo-cervello-mente”. Il contesto ovviamente produce vincoli all’interno dei quali si esercita la reale libertà: la libertà umana nella quale risiede la possibilità e la capacità di immaginare, di pensare altri-menti.
Noi umani in qualche modo siamo costitutivamente proiettati verso quello che non c’è, e questo essere proiettati verso quello che non c’è è il contrario di una mente il cui unico lavoro è prevedere che tempo farà domani.
La specificità del corpo-cervello-mente è difficilmente conciliabile con “il determinismo computazionale che sostiene l’equivalenza tra cervello e macchina algoritmicamente predittiva”. Come si deduce da queste affermazioni, che condividiamo – gli autori si inseriscono nel dibattito attuale sull’evoluzione del digitale e dell’IA. Hanno il pregio di farlo non in modo inutilmente oppositivo bensì propositivo ed esplorativo indicando gli irrinunciabili dell’umano, quelle costitutive dimensioni che dovrebbero costantemente essere coltivate, educate, creativamente trasformate.
Il testo, come un filo d’Arianna, accompagna il lettore a ripercorre i grandi passaggi dell’ominizzazione e delle individuazioni personali, singolari e uniche in cui si declina il vivente. Delle molte tracce ne seguiamo alcune che riteniamo rilevanti anche per la prassi professionale di formazione, consulenza, accompagnamento dei processi di cambiamento.
“Siamo le relazioni che ci formano nei contesti della nostra vita” e la formazione, quella che avviene nei luoghi e tempi deputati, dovrebbe tenerne conto per non colludere con le richieste dominanti “di neutralizzazione dell’incertezza e della complessità dell’esperienza e delle relazioni”. Così facendo si trasforma la specificità dell’esperienza soggettiva in oggettività da analizzare e contabilizzare. La formazione non dovrebbe abdicare alla sua funzione filosofica di porsi e di porre domande, di esercitare il dubbio, di sollecitare una postura esplorativa e di ricerca. Così si esprimono gli autori: “la formazione , come conversazione infinita alla ricerca di significato, parte dall’evidenza che gli esseri viventi non sono trivial machines cioè macchine banali, e una danza relazionale, una danza che crea, tra conoscenze spontanee e conoscenze validate genera l’apprendimento come proprietà emergente” Ed in sintesi si può ben affermare che conoscere è “sviluppare ed accrescere le proprie potenzialità di relazione con il mondo”.
La crescita di conoscenza e di saperi dovrebbe coincidere con un più alto senso di responsabilità verso noi stessi, ogni forma vivente ed il cosmo che ci ospita, dovrebbe e può essere la spinta, il movente di cambiamenti virtuosi. Tale spinta si scontra con la controspinta all’accumulo del sapere come atto di potere, di possesso e di dominio materiale e psicologico. Per questo gli autori avanzano l’ipotesi che, oggi più che mai, siano necessari nuovi paradigmi e codici affettivi (F. Fornari) femminili fondati sull’accoglienza, sul fare spazio all’altro com’è proprio “dell’incavo del corpo materno”. È dall’incavo, dallo spazio vuoto – da non confondere con il nulla – che può sorgere la disposizione creativa che ci aiuta a cambiare idea, a pensare altro, ad uscire dalla cornice per creare nuove risonanze con il mondo produttrici di bellezza.
Abbiamo inteso la bellezza come una risonanza incarnata particolarmente riuscita tra noi e gli altri e tra noi e il mondo
È ancora il corpo al centro di una relazione che non mente in quanto sente e desidera prima di sapere; ed è ancora il corpo che ci introduce nel territorio dell’immaginazione, delle rappresentazioni simboliche, delle metafore e delle metonimie, di rendere presente ciò che non c’è ma potrà essere in mondi futuri.
La sensibilità estetica parte dai nostri sensi e da quel luogo originario si generano emozioni, sentimenti ed anche valori. Secondo l’antico adagio greco chi ama e sperimenta il bello non può desiderare il male: bello e buono, tecnica, conoscenza e relazione, apertura ed alterità sono alcuni degli ingredienti della saggezza umana e della buona vita. Fedeli alla regola della domanda, Gallese e Morelli non ci consegnano facili o rassicuranti risposte ma tengono aperti paesaggi dell’oltre come responsabilità dell’umano. Una responsabilità che dovrà coniugare Prometeo ed Epimeteo, fra la potenza ed il limite “l’unico paesaggio possibile per noi è il paesaggio oltre-umano. Oltre ogni neo-umanesimo, dobbiamo divenire terrestri e guardarci da fuori, dismettendo un auto centrismo illusoriamente onnipotente e denegante la scabrosità ineludibile del reale”. Essere capaci di sporgerci costantemente sulla soglia.
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Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, di Ugo Morelli, Vittorio Gallese, Raffaello Cortina Editore, 2024
