IL GIOCO DELLE REGOLE: RIPENSARE LA DE&I COME UN LABIRINTO IN EVOLUZIONE

di Naomi Alberti

Immagina di trovarti in un grande gioco, un labirinto dalle pareti mobili, in cui ogni mossa modifica il campo stesso. Non si tratta di vincere, perché il vero obiettivo non è arrivare primi, ma cambiare le regole del gioco mentre lo giochiamo. Il dibattito su Diversity, Equity & Inclusion assomiglia molto a questa partita in continuo mutamento: un campo in cui il potere si distribuisce, si sposta, si negozia e, in certi casi, si irrigidisce.
Le organizzazioni, in questa prospettiva, non sono semplici sfondi neutri in cui si sviluppano dinamiche di inclusione o esclusione. Sono esse stesse dispositivi di potere, regolatori di confini, facilitatori o inibitori del cambiamento.

Come un allenatore che detta le strategie di gioco, devono saper leggere i flussi di energia, capire quando intervenire e quando lasciare che la partita si giochi da sé. Ma, il rischio più grande è quello di trasformarsi in prigioni di controllo, in schemi di gioco immutabili che soffocano ogni tentativo di riscrivere le regole. La flessibilità è la chiave: il gioco dell’inclusione richiede un costante aggiustamento delle tattiche, un ripensamento delle dinamiche di potere che, come ci ricorda Michel Foucault, non sono mai fisse, ma scorrono, si spostano, si ricombinano.

L’identità, in questo labirinto, è come una maglia del gioco: necessaria per riconoscersi, per orientarsi, ma pericolosa se diventa una corazza impenetrabile. Francesco Remotti ci insegna che l’identità è un processo, non un punto d’arrivo. In un contesto DE&I, questo significa che le appartenenze (di genere, etnia, abilità, orientamento, etc.) non devono trasformarsi in categorie rigide, ma devono essere viste come relazioni che si riconfigurano nel tempo. Un giocatore che si fossilizza in una posizione, che rifiuta di adattarsi al ritmo della partita, diventa prevedibile, perde efficacia. Così accade nelle organizzazioni: quando l’identità di un gruppo o di un individuo diventa un dogma, si trasforma in un limite invece che in un’opportunità. La sfida è accettare il movimento, essere capaci di riconfigurarsi senza perdere il senso di sé.

Eppure, c’è un avversario invisibile che rende tutto più complesso: la paura. Paura di sbagliare, di perdere privilegi, di non essere compresi, di vedere minacciato il proprio spazio di legittimità. È una barriera silenziosa che impedisce il passaggio, un muro difensivo che blocca ogni tentativo di trasformazione. E qui il ruolo delle organizzazioni diventa cruciale: devono diventare ambienti che incentivano il coraggio, che legittimano il rischio, che premiano l’esplorazione anziché il conformismo. Come un allenatore che sa infondere fiducia ai propri giocatori, anche un’azienda deve saper creare le condizioni perché le persone possano osare nuove mosse, sperimentare senza la paura del fallimento.
Le parole, in questo gioco, sono le mosse strategiche. Ma attenzione: troppo spesso il linguaggio della DE&I è stato usato in modo chiuso, come se l’inclusione fosse un recinto a cui si accede previo permesso. Bisogna ricordare che includere non significa chiudere, ma significa espandere. Più che di inclusione, dovremmo parlare di dilatazione del campo da gioco, di creazione di spazi più ampi in cui la diversità non sia solo tollerata, ma diventi un asset strategico. Le parole creano la realtà: cambiare il modo in cui parliamo di diversità significa cambiare il modo in cui la viviamo.

Negli ultimi tempi, abbiamo osservato un arretramento nelle politiche di Diversità, Equità e Inclusione da parte di numerose aziende in vari settori. Questa tendenza non rappresenta solo una valutazione economica miope, ma costituisce soprattutto una regressione nei confronti dei diritti umani fondamentali.

Implementare la DE&I non significa aderire a slogan o iniziative superficiali, ma ridefinire il modo in cui le organizzazioni funzionano. La DE&I mette in discussione i paradigmi di potere, rompe gli schemi rigidi e apre spazi di partecipazione per tutti. Un’organizzazione che si evolve in questa direzione non solo risponde a una necessità etica, ma acquisisce un vantaggio competitivo in termini di innovazione, fidelizzazione del personale e reputazione.

Riflettiamo sul significato dell’espressione “diritti umani”. Secondo l’Enciclopedia Treccani, i diritti umani sono “diritti che spettano alla persona in quanto essere umano, non dipendenti da una concessione dello Stato”.
La DE&I non è una semplice questione di rappresentanza, ma un processo culturale e strutturale che ridefinisce le dinamiche aziendali, sociali e organizzative. Le persone non sono numeri in un bilancio, ma individui con esperienze e identità complesse, il cui riconoscimento è essenziale per il benessere collettivo. Favorire ambienti in cui ciascuno si senta valorizzato non è un ostacolo al business, ma un motore di engagement e crescita.

Tuttavia, alle volte risulta difficile comprendere appieno il significato e l’impatto delle politiche di diversità, equità e inclusione. Per chiarire, consideriamo alcuni esempi applicati al contesto aziendale e personale:

  • Il responsabile finanziario e la cura: è seduto alla sua scrivania, con il telefono che squilla per l’ennesima riunione. Ma nella sua testa c’è altro: un genitore anziano che ha bisogno di lui. Tornare a casa in tempo, accompagnarlo a una visita medica, gestire la paura di non essere abbastanza presente. Quante persone vengono spinte ai margini perché il mondo del lavoro non considera la cura come una responsabilità collettiva? Le aziende che offrono flessibilità, congedi adeguati e supporto reale non fanno beneficenza: trattengono professionisti che altrimenti sarebbero costretti a scegliere tra lavoro e famiglia.
  • La progettista e la mobilità professionale: ha studiato per anni, ha costruito una carriera solida, ma ogni mattina, entrando in ufficio, sente di soffocare. Ha capito che la sua vera strada è un’altra, ma cambiare significa affrontare giudizi, perdere certezze, ricominciare da capo. La paura del fallimento immobilizza. Eppure, chi osa reinventarsi porta con sé un bagaglio di creatività inestimabile. Un’azienda lungimirante investe nel reskilling, abbatte i pregiudizi sui percorsi non lineari e crea opportunità invece di chiudere porte.
  • L’impiegato e la salute mentale: ha imparato a sorridere, a dire che va tutto bene. Ma dentro, la fatica pesa come un macigno. L’ansia, il burnout, la depressione non sono capricci, sono realtà che tanti affrontano in silenzio per paura di essere giudicati. Parlare di benessere psicologico in azienda non è solo una questione di sensibilità: è un atto rivoluzionario. Uno spazio di lavoro che accoglie la vulnerabilità, che normalizza la richiesta di aiuto permette di esprimere il massimo potenziale.
  • La dipendente con una malattia: un giorno, una diagnosi cambia tutto. Il corpo diventa un ostacolo, le energie si dimezzano, ma il desiderio di contribuire, di lavorare, di avere un ruolo, resta intatto. Eppure, molti si trovano di fronte a scelte inumane: adattarsi o scomparire. Il vero cambiamento avviene quando un’azienda ripensa i ruoli, costruisce ambienti accessibili, accetta la malattia senza ridurre la persona alla sua condizione. Perché il talento e l’intelligenza non si misurano in ore d’ufficio, ma nella capacità di creare valore in modi diversi.

Magari, ci sei anche tu!

È importante notare che le aziende che investono in diversità e inclusione ottengono risultati finanziari superiori. Per esempio, secondo uno studio di McKinsey, le aziende nel quartile superiore per diversità etnica hanno il 36% di probabilità in più di sovraperformare finanziariamente. Inoltre, team inclusivi sono il 35% più produttivi e prendono decisioni migliori nell’87% dei casi.
Rinunciare oggi alle politiche DE&I significa rinunciare al futuro. La Generazione Z rappresenterà una parte significativa della forza lavoro nei prossimi anni. Secondo Ipsos, i giovani di questa generazione sono usciti dalla pandemia più riflessivi e attenti a temi come l’inclusione e la diversità.
L’approccio antropologico e sociologico alla DE&I ci aiuta a comprendere che l’inclusione non è un privilegio concesso, ma un diritto che dobbiamo costruire collettivamente. Le aziende che abbracciano questa visione non si limitano a migliorare le statistiche interne, ma contribuiscono a un cambiamento più ampio e profondo. Creare ambienti di lavoro giusti significa riconoscere la complessità delle persone e rispondere con azioni concrete, giorno dopo giorno.

In conclusione, investire nella diversità, nell’equità e nell’inclusione significa investire nel capitale umano, promuovendo un ambiente in cui ogni persona possa esprimere al meglio il proprio potenziale. La questione non è quanto siamo disposti a includere, ma quanto siamo disposti a trasformare? Quanto siamo pronti a riscrivere le regole, a smantellare certezze, a espandere il campo anziché recintarlo? Perché la vera vittoria non è mantenere le strutture esistenti, ma costruire un nuovo spazio in cui ogni mossa conti, e ogni giocatore trovi il proprio posto senza dover sacrificare la propria autenticità.

Il labirinto si muove con noi: il gioco continua.

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Vuoi saperne di più, ti consigliamo queste letture:

Foucault M., Il soggetto e il potere. Ist. Italiano Studi Filosofici, 2024
Remotti F., Cultura. Dalla complessità all’impoverimento. Editori Laterza, 2011